Escursione – Piana Incenso e Calacaparra

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20120923_183110Stamattina visiteremo l’estremità nord dell’isola, quella turisticamente meno nota, ma certamente non meno bella e ammaliatrice del resto dell’isola, anzi. Anche oggi, non faremo solo escursioni terrestri ma ci lasceremo lo spazio anche per una puntatina al mare.

Non dimenticate la macchina fotografica.

L’appuntamento è a Cala Caparra. Per arrivarci non si può sbagliare, basta seguire la Provinciale Ponza -Le Forna fin dove finisce la strada.

Faremo colazione nel bar che si trova poco prima dell’ultimo metro di strada asfaltata, poi daremo inizio al nostro itinerario.

Da dove c’è l’edicola con la Santa Croce (edificata dai Padri Passionisti in occasione di una delle loro tante ‘missioni’ nell’isola degli anni ’20 del secolo scorso) si diparte un sentiero che porta fino alla spianata in alto. Salendo se qualcuno si volta indietro potrà appagare la voglia di visioni sempre nuove scoprendo l’abbagliante paesaggio di Cala Caparra: tante cupole bianche che riflettono il sole nella valle bruciata dai venti.                                                                             Una volta giunti sulla sommità seguiremo lo stradello che porta a destra. Attraverseremo l’intero costone sud della spianata da dove potremo godere di una serie di magnifiche inquadrature che non faremo sfuggire alla nostra macchina fotografica. Dove il sentiero comincia a discendere ci troveremo di fronte a quello straordinario picco che assomiglia a un corno di rinoceronte: Punta Incenso, che qualcuno chiama anche il Dente del Gigante. Non c’è una denominazione definitiva e univoca. Ognuno la battezza secondo l’impressione che riceve in quel momento. Silverio Serpico – autore dei primi bellissimi poster di Ponza – lo chiamava addirittura “Cervino in miniatura”.

Ma visto che siamo in argomento spendiamo qualche parola sulla toponomastica.

Il nome Punta Incenso potrebbe essere il frutto della deformazione e adattamento della denominazione originale che era ed è Punta del Censo, così come è denominata negli atti del periodo della colonizzazione borbonica dell’isola (Lettere di Bernardo Tanucci a Carlo III del 15 febbraio 1774 e del 22 ottobre 1765) e in cui si sancisce l’avvenuta presa di possesso del’isola. In questo pianoro, posto all’estremità dell’isola, si concluse la censuazione dei terreni ossia l’accertamento e la registrazione dei terreni che poi furono assegnati ai coloni. Ma anche se verosimile, si tratta solo di una ipotesi, per cui noi continueremo a chiamarla Punta Incenso.

 

20120923_182459Punta del Censo o Punta Incenso non possiamo fare a meno di emozionarci davanti allo spettacolo che abbiamo davanti. L’isolotto di Gavi è sotto di noi, la verde Zannone, immersa nello spettacolare azzurro del nostro mare, davanti a noi. A destra vediamo l’incantevole baia del Porto, da un’angolazione inusuale. In basso notiamo una serie di minuti terrazzamenti che degradano ripidamente fino al mare. Ora sono in stato di abbandono. Una volta lo spumante delle Grottelle – così si chiama la località – era il migliore che si producesse sull’isola. Fino a qualche anno fa se, godendo della proverbiale ospitalità di una famiglia di Cala Caparra, si apriva una bottiglia di spumante ti sentivi dire con enfasi dal padrone di casa: ” chesta vene de Grottelle”.

Eh,lo spumante di Ponza! Ne vogliamo parlare un po? Si potrebbe denominare Croce e Delizia. Delizia solo per chi riesce, in virtù di a volte misteriosi meccanismi che prescindono dal Dio denaro, ad assaggiare direttamente dal produttore quello autentico. Croce per tutti gli altri che si dovranno accontentare di sottotipi, per il semplice motivo che non se ne riesce a produrre in quantità commerciabile. Anche se bisogna dire che negli ultimi anni c’è un certo timido ritorno – da parte di alcuni giovani – verso le produzioni tradizionali tra cui lo spumante. Ma torniamo alla nostra escursione. A questo punto – dopo aver goduto dei meravigliosi scorci che vi riconcilieranno con il mondo e con voi stessi per aver avuto la brillante idea di venire fin quassù, facendovi dire: “ne valeva la pena!!” – torniamo sui nostri passi fino a quando non vedremo di nuovo sulla nostra sinistra le case di Cala Caparra. Imbocchiamo il primo sentiero che mena alla nostra destra e così attraverseremo il centro della spianata fino a raggiungere quasi quell’aia una volta sempre linda di calce. Volteremo verso Zannone seguendo sempre il sentiero che a un certo punto – alla fine della spianata – diventa un po’ accidentato e ci troveremo sopra una spiaggetta dal mare verde e con la sabbia giallastra di zolfo e bentonite, protetta a ponente da due piccoli faraglioni. Questa piccola meraviglia è Cala Felce! La tentazione di correre laggiù per perdersi in quella meraviglia della natura è forte, lo so! Ma non ci conviene, oggi andremo a bagnarci con minor fatica in un posticino niente male. Laggiù andremo via mare un altro giorno e vi racconterò la storia di Teodora.

A proposito di storie, vedete quei piccoli ruderi laggiù? Secondo alcuni studiosi sembra siano i resti di un convento o forse un romitaggio del periodo cistercense.

Mentre è accertato che sull’isola vi erano i conventi di Zannone e Santa Maria, incardinati all’Abbazia delle Tre Fontane di Roma, per questo di Piana del Censo non ci sono abbastanza prove, ma solo autorevoli indizi.

Torniamo al piano, la nostra escursione è durata un paio d’ore, spese veramente bene.

 

Trecento metri a piedi sulla strada asfaltata verso Ponza e arriviamo alla Trattoria ‘da Angelino’, posta sulla destra leggermente sotto il livello stradale. Ci accoglie il bel cortile sempre lindo di calce e la fresca ombra di un pagliarella. Pesce fresco, molto spesso pescato da loro stessi con una piccola barchetta, prodotti genuini della terra e sopratutto polli e conigli rigorosamente ruspanti, allevati da loro stessi. Non è l’ora di pranzo, ma è l’occasione per bere una bibita fresca e ordinare una bella cenetta per questa sera.

20120923_191131E poi via – verso Cala Fonte. Il percorso è facile. Usciti da Angelino si gira a sinistra e si segue la via in leggera discesa, all’altezza del campo sportivo la strada piega a sinistra e dopo circa 200 tutti in discesa, sia arriva ad una spianata con uno sperone di roccia chge sovrasta una piccola insenatura quasi circolare: Cala Fonte. Bisogna scendere diversi comodi gradini per giungere sul bordo di una specie di grossa vasca scavata nella roccia per permettere il riparo a non più di una decina di barchette di pescatori. Comunica col mare aperto con un’apertura di circa tre metri dal lato di grecale e un sottopassaggio – percorribile solo a nuoto dal lato di ponente. Certamente questa meraviglia fu scavata dall’uomo. Ma da chi? Forse da antichi abitanti dell’isola? Forse i pirati se ne servivano per sorprendere i legni che veleggiavano a nord, tra Ponza e il Circeo? Chissa!

Fino a qualche anno fa, verso ponente l’attuale Cala Fonte era sovrastata da blocco di roccia alto una decina di metri nel quale erano state scavate, sempre nell’antichità, delle piccole grotte utilizzate per il ricovero degli attrezzi da pesca. Poi per motivi statici – forse in maniera frettolosa – questa parte fu spianata.

Rimane comunque un posto magico! Sosteremo in quest’angolo di paradiso alternando magnifici bagni in un’acqua cristallina a lunghi periodi di relax – stesi al sole sulla roccia spianata in riva al mare – tutto il resto della mattinata ed il primo pomeriggio.

Nel frattempo avremo preso pe’ fesso u stommaco, ossia ingannato in morsi della fame, mangiando un po’ di frutta o un panino e bevendo un buon caffè freddo che ci saremo portati nel termos, seduti sul bordo del mare con mezzo corpo immerso, in semicupio.

Verso le 17.00, con calma raccoglieremo le nostre cose e ci metteremo lentamente in marcia per vedere le ultime cose interessanti della zona: La Miniera abbandonata e il Fortino del Papa.

Torneremo indietro fino da ‘Angelino’ e da lì continueremo sulla strada provinciale verso destra. Percorreremo la vecchia strada che costeggia Cala Cecata. Si tratta di un tronco stradale di circa 200 metri destinato ad essere inghiottito dalla miniera, tanto è vero che fu costruita la variante alta che avrebbe dovuto assicurare il collegamento stradale con Cala Caparra.

Quel vecchio relitto stradale che stiamo attraversando è stato il fonte dove i cittadini di Ponza, nella seconda metà degli anni ‘ 70, fermarono definitivamente l’avanzata delle ruspe della SAMIP – la società mineraria che a partire dagli anni ’30 cominciò a sfruttare il giacimento bentonite di cui la zona ancora è ricca. La bentonite di Ponza – ritenuta per anni una delle migliori al mondo – fu scoperta verso il 1920, ma solo nel 1935 – l’ingegnere Francesco Savelli (uno dei martiri delle Fosse Ardeatine), ne comprese l’importanza e nel 1936 cominciò a sfruttare il giacimento aprendo la miniera. Allora Ponza non aveva una grande economia, solo pesca, emigrazione e agricoltura di sussistenza, per cui l’apertura della miniera che dava lavoro a più di cento operai, tra donne e uomini, fu saluta con entusiasmo dagli isolani. Nell’attività furono coinvolti anche una quindicina di motovelieri, per il trasporto del materiale grezzo a Gaeta, dove nel 1937 fu aperta una raffineria che facilitava la commercializzazione della bentonite stessa.

Nel frattempo siamo arrivati alla Piana, quel largo al nucleo di case più fitto di Le Forna. Gireremo a destra e seguiremo – prima a destra e poi a sinistra – il sentiero fino a quando davanti a voi potrete vedere sia il cuore della vecchia miniera, costituito da un paesaggio lunare e da capannoni ormai abbandonati da anni, che il rudere del Fortino del Papa.

Mentre ci dirigiamo verso il fortino, rispondo alla vostra muta domanda sulla miniera abbandonata. La Samip fu chiusa definitivamente tra il 1976 e 77, quando fu chiaro a tutti che la sua attività estrattiva a cielo aperto avrebbe nel giro di pochi anni distrutto tutta la parte settentrionale dell’isola. In verità il problema era sul tappeto fin dagli anni ’60, ma per un motivo o l’altro lo sfruttamento riusci a proseguire fino a quando, come abbiamo accennato in precedenza, i cittadini di Ponza – sostenuti dall’amministrazione di Mario Vitello subentrata a quella di Francesco Sandolo – si schierarono davanti alle ruspe determinandone la paralisi e quindi la chiusura. Le cose sono rimaste ferme ad allora. Ma questa è un’altra storia.

Ora che siamo arrivati al Fortino facciamo attenzione a non andare verso sinistra. C’è uno strapiombo con pericolo di caduta o di franamento della roccia. Infatti come potete vedere al Fortino manca una buona metà, dovuta ad una frana avvenuta nel novembre del 1909 che trascinò nella sottostante Cala Teresa tutta la parte riservata agli alloggi della guarnigione. Quello che resta di “Forte Papa” è una costruzione militare della seconda metà del 1500 realizzata, durante il papato di Paolo III, dal Cardinale Alessandro Farnese nipote del Papa, quando divenne Commendatario dell’isola. L’opera fu probabilmente completata dal padre, Pierluigi Farnese, a cui nel 1542 furono cedute le isole in enfiteusi perpetua e dal figlio di quest’ultimo Ottavio che nel 1572, tento una colonizzazione dell’isola da parte di un centinaio di coloni parmensi e piacentini.

La struttura e quella fasciatura tubiforme che lo cince interamente non lasciano dubbi sulla datazione rinascimentale del fortino, che però certamente fu riattato a parzialmente modificato dai Borbone, quando questi presero possesso – nella seconda metà del ‘700 – dell’isola, in quanto eredi della linea Farnese. Il bastione, che poteva ospitare una guarnigione di almeno 40 uomini, fu certo di grande ausilio – insieme alla Torre e al Fortino di Frontone – nella difesa dell’isola dai francesi durante le guerre napoleoniche.

_mg_9993Ma lasciamo la storia e facciamo godere l’occhio e l’anima, e godiamo dell’ottima posizione che occupa il fortino. Superiamolo di qualche metro e arriviamo fino all’orlo dello sperone da dove Circeo e Palmarola ci ruberanno l’attenzione. Uno sguardo alla scogliera sottostante con tutte le sfumature dall’azzurro al blu e se poi voltate le spalle al mare, con uno sguardo verso sinistra potrete godere della vista di Cala Cecata e del Montagnone di Aniello Antonio(Avellino), mentre a destra il vostro sguardo potrà ammirare l’incantevole doppia insenatura di Cala Cantina e Cala Feola, divisa dalla punta della Montagnella e dallo scoglio della Vacca. Sotto di voi Cala Acqua, da dove una volta partivano i bastimenti carichi di bentonite e dove oggi – in attesa che sia rivalutata – potrete prendere in affitto una barchetta da Silverio o da Dionigio o fare un bel bagno coccolati da Monia, specie a quest’ora che volge al tramonto…

fs

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