Canti e storie di mezz’agosto

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Purtroppo non c’è in giro – fruibile – una versione cantata della bella e antichissima canzone all’ASSUNTA, comunemente conosciuta col titolo  I quinnici d’auste. Mi  sarebbe piaciuto pubblicarla in occasione della festività della NOSTRA Madonna Assunta, dedicandola agli amici fornesi. Sperando che questo vuoto possa essere preso colmato (magari dall’amico Tonino Esposito) accontentiamoci delle parole che ho recuperato da un foglietto scritto da una  macchina da scrivere almeno 50 anni fa.

A  MARIA ASSUNTA  IN CIELO

I quinnici d’auste

‘na rosa spampanata

Maria  se la chiamata

per un’ eternità;

 

Evviva Maria
Maria  è sempre evviva
Evviva Maria e chi la creò.

 

Vuie  vi chiamate Assunta
Assunta delle vise,
sei amata da paradiso
Madre di carità.

 

Sotto a ‘sti tuoi peduzzi
ci stà ‘na mezza luna
Sei Vergine e padrona
di tutta la città.
 
Quant’è bella chesta veste
che avete voi turchina
siete madre del Salvatore,
madre di carità.
 
Quant’è bello chisto manto
che avete in cappuccino
miracolo divino
ne fate in quantità.
 
Quant’è bella chesta trezza
che in testa vuie purtate
i capilli so fili d’oro
e  madre di bontà.
 
Quant’è bella chesta corona
che in testa vuie purtate
da quattro angeli accompagnate
Maria s’incoronò.
 
Evviva Maria,
Maria è sempre evviva
Evviva Maria
e chi la creò.
 
E senza Maria vivere non si può (2 v).***

Ancora oggi questa canzone si canta in occasione della festa dell’Assunta.

Tra l‘altro,  ricordo che si  cantava nelle serate d’agosto in molti cortili di Ponza, quando la gente si riuniva all’aperto per recitare la quindicina  dell’Assunta. Si cantava e si canta anche durante il pellegrinaggio che i ponzesi fanno alla chiesa dell’Assunta di Le Forna, il mattino presto del giorno 15 agosto, a cui purtroppo non ricordo di aver mai partecipato.

Cose che invece hanno sempre fatto mio padre e mia madre fino agli ultimi anni. Entrambi, ma mi dicono, in particolare mio padre, la cantavano a voce stesa, incitando gli altri a fare altrettanto.

 

 

 

 

Infine, sempre in relazione a questa canzone, vi racconto un episodio che appartiene alla memoria della mia famiglia. Una storia che mi è stata raccontata mille volte da mia mamma:

Mia nonna materna Civita Andreozzi sposata D’Arco, donna religiosissima e di salute piuttosto cagionevole, durante l’ultima guerra, stava vivendo, a meno di 60 anni, una delle sue tante crisi bronco polmonari che la costringevano a letto.

Era una sera d’estate, mese d’agosto.

Come altre volte la sua vita era appesa al tenue filo delle limitate cure mediche possibili all’epoca in un posto senza presidi sanitari com’era Ponza.

Nella stanza da letto a farle compagnia: la sorella Giuditta, le figlie Filomena e Maria con sua figlia Civita, vicine e parenti vari. Insomma una stanza piena, anche perché si recitava la quindicina dell’Assunta.

Avevano da poco finito di dire il rosario e le orazioni all’Assunta, quando nella stanza si creò un momento di silenzio totale. Nonostante la nonna abitasse in centro, al corso Pisacane, forse per il coprifuoco e l’oscuramento di guerra, il silenzio era alto anche all’esterno  della stanza della malata, che nel frattempo si era appisolata.

– I quinnici d’auste,  ‘na rosa spanpanataaaa –   una voce in lontananza, in dissolvenza su spampanata,  rompendo il silenzio, fu udita da tutti i presenti.

Contemporaneamente – tra lo stupore generale –  un piccolo foglietto di carta, scivolando lungo il muro, cadeva dal soffitto sul comò su cui troneggiava un’immagine della Madonna del Rosario,  di cui la nonna era devotissima.

Su questo foglietto – conservato per tanti anni dalla mia famiglia, ma oggi purtroppo perduto – c’era scritto: “Bartolo Longo servo di Dio”.

Il  comprensibile trambusto che ne seguì, svegliò la nonna a cui fu mostrato il bigliettino e raccontato  della voce che in lontananza  cantava l’attacco della canzone dell’Assunta interrompendosi alla parola spampanata. La nonna che ovviamente conosceva bene la canzoncina, immediatamente  pensò al verso successivo:

Maria  se la chiamata per un’un eternità;

– Ecco è chiaro, Maria mi chiama per l’eternità. Vuol dire che presto morirò – concluse la nonna, piuttosto avvilita.

Lì per lì non ci fu verso di convincerla che la voce si era interrotta a spampanata e che nessuno aveva udito il resto della strofa e che quindi l’interpretazione pessimistica della nonna  era sbagliata. Anzi il bigliettino  col nome dell’araldo della Madonna di Pompei,  insieme a rosa spampanata, che significa al massimo della fioritura, era un presagio positivo, di guarigione.

Quella volta mia nonna guarì. Morì poi nel ’50, a meno di 65 anni.

Franco schiano

*** La riporto così come è stata trascritta e viene liberamente cantata:senza regole, logica e sintassi. La fede popolare non ne ha bisogno.

 

 

 

 

 

 

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