L’abuso della translitterazione fonetica nel dialetto scritto

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Come si scrivono e come si dovrebbero scrivere le parole del dialetto ponzese?

Per prima cosa dobbiamo dare per assodato che per leggere bisogna che qualcuno scriva. Quindi accantoniamo il concetto che il ponzese essendo un dialetto è solo parlato e non si può scrivere.
Come anche il concetto che gli scritti in dialetto sono riservati esclusivamente a chi conosce il dialetto, non mi sembra debba essere considerato più di tanto, pur ammettendo che la maggioranza dei lettori in dialetto ha una certa conoscenza dello stesso.
Ne consegue che lo sforzo di chi scrive deve essere quello di farsi capire da tutti, usando forme grafiche riconosciute e facilmente intellegibili.
In secondo luogo non dobbiamo mai dimenticare che il ponzese è una diretta derivazione del napoletano (sia pure nelle varianti flegrea/ischitana e vesuviana/torrese) che come tutti sanno ha una copiosissima produzione letteraria e pertanto ha nel tempo consolidato alcune regole e consuetudini grafiche che – a mio avviso – facilitano la comprensione del testo.

 

Sono tante le “incertezze” della grafia di molte parole (nce/nge, ccà/ca, ngoppa/ncoppa, propiete/propete, poparuolo/puparuolo ecc), che si leggono e sulle quali si potrebbe aprire una discussione, con molto spargimento d’inchiostro.

 

Ma la cosa più ci riesce difficile da capire è la marcata tendenza a elidere la vocale finale delle parole: cosa che nel nostro dialetto è effettivamente da considerare errore grave.

 

Si sa che di fatto la vocale finale di parole, piane sdrucciole o bisdrucciole che siano, è sempre stata regolarmente usata dai nostri scrittori, perché il ponzese/napoletano non elimina la vocale finale, come a un orecchio poco esercitato potrebbe anche sembrare, bensì la pronunzia muta, come la e muette francese”.ciuc4

Tendenza che mette in evidenza quelli che – secondo tanti nobili cultori del napoletano e anche del ponzese (Ernesto Prudente in testa) – vengono considerati “barbarismi” grafici.

Qualche esempio di parole che ci è capitato di leggere: saputiell, strument, paisan, iamm, sfuorzz, scenn, luntan, tutt quant, ecc.
Per non parlare di parole troncate in modo da risultare illeggibili come per esempio sang’ o stong’ o anche fresc’ (che per essere letti come sarebbe intenzione di chi li scrive andrebbero forniti almeno di una h finale).

La corretta grafia del dialetto appare quindi spesso come un terno al lotto: accenti ed apostrofi sono frequentemente alla mercè dei variabili umori degli autori o degli editori.

Senza allungare troppo il brodo e correre quindi in rischio di non essere neanche letto concludo con un esempio assolutamente illuminante su come sarebbe scritta la bella canzone di Libero Bovio ‘O paese d’ ‘o sole se si provasse a scrivere come si parla, come qualcuno ha affermato:

‘O paés d’ ‘o sól
Ogg stó’ ttand aller ca quas quas
m mettéss a chiagñ’r p ‘st ‘a f’licità…
Ma è ‘o ver o nun è ‘o ver
ca só’ tturnat a Nnapul?
Ma è ‘o ver ca stó’ ccà?
‘O tren stév angor ind ‘a stazzión
quann agg ‘ndis ‘e primm mandulin…
Chist è ‘o paés d‘ ‘o sól,
chist è ‘o paés d’ ‘o mar,
chist è ‘o paés ‘a ddó’ tutt ‘e pparol,
só’ ddóce e só’ amar,
só’ ssemb parol d’ammór

A me vengono i brividi non so a voi.
Forse il paragone con polacco era esagerato ma quello col bergamasco mi sembra più calzante.

fs

alfazeta

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