Lo stemma Borbone della chiesa di Ventotene

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Non tutti conoscono la storia dello stemma marmoreo posto in vetta al timpano triangolare della facciata della chiesa di Ventotene e quello che avvenne il 31 dicembre dell’anno 2000. Ecco la storia:

Alle cinque del mattino,di quell’ultimo giorno del secondo millennio: Un lampo, un tuono e poi un fragore tremendo; la chiesa  di S. Candida in Ventotene sembra crollare! Ma la chiesa non crolla. Rovina però irrimediabilmente il grande stemma marmoreo posto in vetta al timpano triangolare della sua facciata.                                            Chiesa di Ventotene- facciata

Una facciata essenziale e classica, scompartita da quattro lesene che delimitano il portale d’ingresso sormontato da un finestrone. Due nicchie simmetriche  ai lati dell’entrata, a cui si accede con una rapida scalinata trapezoidale, completano la  facciata di questa chiesa semplice ed elegante insieme. Il tempio è a pianta rettangolare ad aula priva di transetto e con abside semicircolare. Fu realizzato, su progetto dell’ingegnere del genio militare Antonio Winspeare, dall’assistente Francesco Carpi. I lavori iniziarono nel 1769 e completati nel 1774, quando il vescovo di Gaeta  Mons. Carlo Pergamo il 22 luglio la consacrò, dedicandola a S. Candida, patrona dell’isola.                                              Stemma originale prima del crollo

Torniamo allo stemma: si tratta, o meglio si trattava, a quanto pare, dell’unico stemma Borbonico reduce dalla distruzione sistematica effettuata dai piemontesi all’indomani dell’annessione dell’ex Regno delle due Sicilie. Adesso non c’è ne sono più! Per vederne qualcuno bisogna andare solo all’interno di musei. Un vero peccato! E pensare che i Ventotenesi  si erano opposti con decisione al tentativo dei savoiardi di abbattere quello stemma  nei primi anni dell’unificazione, o dell’annessione come sarebbe più corretto dire.Quando i soldati del neo regno d’Italia issarono le scale sulla facciata della chiesa per abbattere  lo stemma  Borbone, in brevi momenti furono circondati da decine e decine di abitanti dell’isola che  in muta ma minacciosa assemblea, spalleggiati  e capeggiati dal loro parroco, fecero recedere il comandante militare “italiano” dall’attuare l’insano proposito di abbattere lo stemma che Ferdinando IV aveva fatto erigere.

Stemma restaurato

L’arcipelago ponziano, di cui Ventotene fa parte, era feudo della famiglia Farnese duchi di Parma, fin  dal 1542, quando il papa, per mezzo dei buoni uffici del cardinale Alessandro Farnese, lo concesse in feudo al di lui padre Pier Luigi Farnese capo delle armate pontificie poste a difesa delle coste laziali. Con la morte – senza eredi maschi -di Antonio ultimo duca Farnese, avvenuta il 20 gennaio 1731, i beni dei Farnese passarono a Elisabetta, nipote di Ranuccio II, sesto duca di Parma, la quale il 16 settembre 1714 era andata in sposa a Filippo V di Borbone re di Spagna. Dal suo matrimonio erano nati due figli: Carlo e Filippo. Carlo nel 1734, doveva 18enne, conquistare l’Italia meridionale contro l’Austria e ricreare dopo due secoli, il regno indipendente delle due Sicilie. Filippo,invece, avrebbe ottenuto, alla morte di Antonio, ultimo duca Farnese, il ducato di Parma, subito reclamato per la sua discendenza da Elisabetta Farnese regina di Spagna.                                                  Chiesa di S. Candida, interno

Fin dalle prime avvisaglie e mosse diplomatiche, mediante le quali questo vastissimo disegno cominciò ad essere perseguito, la Santa Sede espresse in forme risentite e talvolta drammatiche le proprie rimostranze, perché esso, per quanto riguardava il ducato di Parma, l’arcipelago Ponziano ed il regno di Napoli, toccava territori sui quali il Papa vantava l’alta sovranità e dei quali anzi i primi due facevano parte dello stesso Stato Pontificio. In questa straordinaria vicenda le pretese papaline furono del tutto trascurate non solo dalla Spagna bensì anche dalle altre potenze. La Santa Sede non ottenne riconoscimento nemmeno per quanto riguarda le pur modeste isole di Ponza e Ventotene che la curia romana sperava sarebbero tornate all’abbazia delle Tre Fontane – al quale erano appartenute fino ad alcuni secoli prima – “ora che si era estinta la discendenza mascolina dei feudatari.” Singolari le proteste papali visto che lo stesso papa aveva autorizzato  Antonio Farnese, ultimo esponente del ducato di Parma, ma anche Cardinale, a sposarsi per assicurare alla famiglia una discendenza maschile che evitasse la dispersione del patrimonio dei Farnese. Come abbiamo visto la dispensa papale fu inutile visto che il Cardinale Antonio morì senza essere riuscito a lasciare eredi. Nonostante tutto, alla morte di Antonio, ultimo duca Farnese, l’Imperatore d’Austria con suo dispaccio del 21 ottobre 1731, ordinava al vicerè di Napoli che le isole ponziane fossero incorporate nel regno e presidiate. A nulla valsero le vibrate proteste di papa Clemente XII Corsini.

Elisabetta Farnese nel 1734, allorché il figlio Carlo sali al trono di Napoli, dopo la vittoriosa spedizione contro gli austriaci, gli cedeva con atto del 15 giugno tutti i cespiti farnesiani, tra cui le isole ponziane. Quindi le isole di Ponza e Ventotene erano patrimonio personale del re Carlo di Borbone per eredità farnese  materna.


                    Stemma restaurato

Lo scudo gentilizio posto sulla parte alta del frontale della chiesa fatta costruire per volontà di Ferdinando IV, che nel 1774 ha ormai 23 anni,  è una versione antica dello stemma.           Stemma che successivamente si è arricchito di nuovi elementi araldici. In quello di Ventotene, più antico hanno maggior risalto i riferimenti alla famiglia Farnese della nonna Elisabetta originaria proprietaria dell’isola di Ventotene.                                                  Salvatore Schiano di Colella

Ma torniamo allo stemma di marmo rovinato a terra e frantumato in mille pezzi! Furono raccolti uno ad uno e conservati da Salvatore Schiano di Colella. Non rimasero a lungo in deposito nei sotterranei del Castello. Come in una bella favola lo stemma fu restaurato a cura dell’amministrazione di allora, guidata da Vito Biondo. L’originale perfettamente restaurato, adesso si trova nel museo di Ventotene, mentre sul timpano della chiesa è stato messa una copia perfetta.

Franco Schiano

 Nota: Il blasone inciso nel marmo crollato non è perfettamente identico alla “frittata” Borbonica classica ultima versione; differisce in alcuni particolari posti sulla sinistra, guardando il blasone il che farebbe pensare ad un’insegna Borbonica antica, mi si passi l’eresia araldica.

 

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