Piccoli Pescatori

0
200
Piccoli Pescatori

“Come una madre che accosti il neonato al petto senza svegliarlo, così la vita procede per lungo tempo con i ricordi ancora gracili dell’infanzia”, scriveva Walter Benjamin in una di quelle “fotografie fiabesche dell’infanzia” – come le definì Theodor W. Adorno – che compongono Infanzia berlinese.

Tra fine anni ’50 e primi anni ’60 a Ponza ritrovavo la casa natale e l’ infinita rete parentale di mia madre, ogni estate, lunga a volte anche tre mesi, per dire solo dell’infanzia isolana. Molto spesso venivo colpito da una breve febbriciattola all’arrivo e la cosa veniva spiegata con “il cambiamento d’aria”.

Se l’avo ancestrale della famiglia materna era un colono pescatore di Ischia, come sembra, si spiega la precoce propensione alla cattura di pesce, del resto comune alle infanzie dell’isola. Ero giunto a pochi mesi dalla nascita nel mese più freddo dell’anno nuotando nel liquido amniotico di mia madre con cui assieme si rollava per mare sul bastimento a vele e motore partito da Napoli. Ciò nonostante per imparare a nuotare a Chiaia di Luna, quando già i miei coetanei dell’isola erano pesci di mare, mi ci volle la sorridente spinta materna: nonostante i piagnistei la cosa riuscì benissimo.

Una volta ebbi in regalo un cestello di vimini da pescatore con cui arrivai orgoglioso sull’isola. Lì ritrovavo le vecchie canne da pesca o se ne allestivamo di nuove, sempre usando la comune canna in uso per il sostegno ai vigneti e altre utilità, le cui foglie verdi erano un golosità per gli asini da lavoro. Fu un mio cugino, tornato per qualche anno dall’America dopo una rottura sentimentale con una newyorkese, ed espatriato poi definitivamente nel Bronx, ad insegnarmi il tenace nodo scorsoio per gli ami da pesca oltre la tecnica della pastura in mare per le fruttuose pescate al Fieno la mattina all’alba, preferibilmente a mare vivo. Una volta mi venne in mente di provare la canna con tutto il filo e l’amo innescato con pane e formaggio dalla veranda e abboccò la gatta di casa. Ce ne volle ad estrargli l’amo da bocca.

Quando cominciai a scendermene a pescare al porto, anche solo con la lenza a lancio, mi ritrovai nella baby gang dei piccoli pescatori. Mi insegnarono che se non volevo pescare soltanto i viscidi mazzoni (i ghiozzi di fango) che neppure i gatti volevano mangiare, bisognava salire a bordo dei vuzzi (piccole barche da pesca), e delle paranze ormeggiate in un porto che non conosceva gli yacht. I ragazzini, tenuti discretamente d’occhio alla lontana, erano sempre e comunque lasciati fare in pace. Qualche grosso sarago riusciva a spezzare il filo di nylon.

A Chiaia di Luna si pescavano una quantità di marmole (marmore), e capitavano spesso delle piccole cerniole, una volta persino un polpo mi si attaccò all’amo. Lì si scavavano dalla sabbia i vermi traslucidi per l’esca. Una quantità di occhiate, saraghi e cefali li prendevo al Fieno in un posto sotto le cantine a cui era difficile accedere e con rischi di cadute: da una mi salvò a volo mio padre. Poi si aprì il capitolo della pesca subacquea, entrai nell’acquario magico dei fondali con la tecnica che usavano i ragazzini isolani: piccoli archi ottenuti dalle stecche di acciaio degli ombrelli tenute col filo di nylon e le freccette appuntite. Funzionavano con piccoli saraghi e piccole occhiate, e anche nella crudele caccia alle lucertole. Solo nella prima adolescenza iniziai con il fucile a molla.

Ma per fare scorpacciate di pesce dovetti attendere che una mia bella cugina si fidanzasse con un muscoloso macchinista di paranza che portava da noi buste piene di pesci castagna, grossi saraghi, pezzogne (pagelli). Nella sua casa di famiglia a S. Maria una volta mangiammo un delizioso spezzatino, che per celia non vollero dire di cosa a mia madre, che lo credeva di vitello. Si rivelò poi essere di tartaruga marina.

Un’unica volta che gli adulti decisero di portarmi di notte a pescare totani esplosero le lampade ad acetilene in cucina e non se ne fece nulla. Solo un’estate lo zio d’America, tornato per pochi mesi, mi portò a pescare su una vecchia barchetta di legno acquistata per poco. Con lo sguardo sempre indiretto, con solo un cenno del capo mi indicò lo scoglio dove andammo a prendere i maruzzielli (lumachine di mare) per innescare. Lì mi trasmise senza parlare il suo insegnamento segreto: l’isola è solo uno scoglio in mezzo al mare con abbarbicati i maruzzielli. Se lo poteva permettere quello sguardo disincantato.

Mi chiedo a volte di quei piccoli pescatori di porto, con cui mi ero volentieri mischiato, di quanti restarono dentro la vita dell’isola e di quanti ne emigrarono, alcuni in quell’America che esercitava ancora un forte richiamo di calamita per i suoi orizzonti favolosi, over the rainbow.

 

Silverio Tomeo

Comments

comments