“Quanne nascette Ninno a Battelemme…” U cunto ‘i Pacchiaròtte

0
138

Si chiamava Silverio Conte, ma tutti lo conoscevano come Pacchiaròtte”.

Era una persona umile come tante a Ponza di quegli anni, forse mai avrebbe immaginato che sarebbe rimasto nella storia, sia pure minore, delle isole.

Il soprannome se l’era guadagnato per via della sua conformazione fisica.

Era così basso e tarchiato, quasi più largo che alto, “teneve ‘e cosce a scannetiello”, gambe ad arco, alla cavallerizza insomma, alla visita di leva a Gaeta l’ufficiale medi­co lo “scartò” ad occhio, senza bisogno di misurarlo.

Ma aveva una voce chiara ed intonata, probabilmente era un tenore naturale, o forse un baritono, chissà?! Questo non ci è dato saperlo con precisione. Sappiamo solo che cantava bene ed aveva una voce possente, requisito indispensabile, in un periodo in cui l’amplificazione non era ancora arrivata sull’isola.

Per via di questa sua dote venne “ingaggiato” dal Parroco don Raffaele Tagliamonte per cantare in chiesa, accompagnato dall’organo a mantici, alla cui tastiera sede­va il reverendo don Luigi Parisi, che oltre ad essere il sacer­dote addetto all’organo della parrocchia, esercitava, al di fuori del suo ministero, la professione di patrocinatore legale presso la Pretura dell’Isola.

All’epoca i sacerdoti erano numerosi e la parrocchia non dava da vivere a tutti, per cui ognuno di loro cercava di arrangiarsi per sbarcare il lunario.

Il Sacerdote Parisi era anche persona di notevole spes­sore culturale ed impartiva anche qualche lezione privata di latino e greco ai rampolli dei notabili del paese.

Altri meno dotati si industriavano in diversa maniera. Uno di loro, Don Luigi Coppa, ad esempio, si interessava delle varie Cappellette ed Edicole sparse per l’isola, organizzando e promuovendo festicciole rionali in occasione delle varie ricorrenze religiose, ricavandone qualche soldino …

Famose le celebrazioni della Santa Croce, della Madonna del Carmine, quella della Salvazione, ed altre ancora.

L’organo a mantici per funzionare aveva necessità che qualcuno pompasse aria nelle canne, spingendo appunto il mantice. Era un’operazione noiosa ed anche faticosa, a cui attendevano i ragazzi spinti dalla necessità di fare quattrini.

In genere nel periodo natalizio, quando rimanevano senza soldi per le perdite al gioco, erano molti i ragazzi che si offrivano per la bisogna.

Il parroco pagava 6 soldi il servizio ai mantici.

La voce di Pacchiaròtte faceva da colonna sonora in tutte le grandi occasioni religiose, ed all’epoca ce n’erano tante.

Ma la fama se la conquistò come cantore della pastora­le natalizia.

La notte di Natale, in quell’atmosfera magica, la sua voce assumeva un che di trascendente, di mistico mentre intonava “Quando nascette Ninno… o “Tu scendi dalle stelle…. Insomma divenne un mito. La gente andava in chiesa la Notte di Natale anche per sentire la sua voce. Facevano a gara ad “affittare” una sedia e mettersi nella posizione più idonea ad ascoltare il canto di “Pacchiaròtte”.

Non sappiamo se ‘u parruchiano Tagliamonte gli allungasse qualche soldino per queste sue prestazioni canore, oppure, andava tutto a “onore e gloria”.

Certo è che di mestieri, pe’ campa, ne faceva tanti. Innanzi tutto, il contadino: aveva un piccolo vigneto nella zona degli Scotti.

Possedeva anche una barchetta con la quale arrangiava qualche pescetto. La sua specializzazione era la pesca alle perchie.

Tornava a terra sempre con un secchio pieno di questi gustosi pescetti.

Con la sua imbarcazione faceva anche il traghettatore: trasportava, chi glielo chiedeva, dal Porto a Cala Inferno. Una specie di taxi dell’epoca.

Oggi si chiamano Joe, Luisito, Giulio il Pescatore. . . all’epo­ca: Cuncètta ‘a tiramole, Palla a cannone, Pacchiaròtte.

Anche per questi fare il traghettatore non era l’unica occupazione. Ad esempio Cuncetta ‘a tiramola, diversamente da quanto potrebbe far intendere il soprannome, riferito all’attività di cavadenti del padre, esercitava, anche, il mestiere più antico del mondo.

* * *

Il levante era diminuito, come fa di solito nel pomerig­gio, ma quel giorno non abbastanza,

Silverio Pacchiaròtte avrebbe voluto aspettare un altro po’: il mare sarebbe calato ancora e la traversata tra il Porto e Cala Inferno sarebbe stata più agevole, meno fati­cosa, visto che ovviamente – anche se non l’abbiamo detto – si faceva a forza di remi.

Ma le sue tre clienti che avevano fretta, insistevano, ed alla fine, lo convinsero a portarle a Le Forna.

Il fascino femminile indubbiamente ebbe un peso nella decisione, ma lui, in seguito, affermò sempre di essersi lasciato convincere a partire perchè pensò: “Se parto ora faccio in tempo a tornare per andare a cantare in chiesa la novena dell’Immacolata.”

Se il profumo di donne non fu determinante per farlo decidere ad affrontare quel miglio di mare mosso, quasi certamente contribuì a distrarlo quel tanto per farlo finire su quello scoglio affiorante, davanti alla Chiana Ianca, a metà cammino tra il Porto e Cala Inferno.

Solo di una distrazione potette trattarsi, perchè quella secca a Ponza la conoscevano proprio tutti, e certo non poteva non conoscerla lui, che di quel tratto di mare sapeva ogni particolare. Ma distrazione o no, il fattaccio avvenne!

La barca “salì” sullo scoglio affiorante e cominciò a ondeggiare a destra e a sinistra.

Il panico? Il mare agitato? Insomma l’imbarcazione si capovolse e tutti gli occupanti finirono in acqua.

Una delle tre donne pare non sapesse nuotare, o fu attanagliata dalla paura o battè la testa e perse conoscen­za, non si sa. Sappiamo solo che, purtroppo, morì. Le altre due donne e Pacchiaròtte, non ebbero difficoltà a guadagnare la riva. Lo scoglio su cui avvenne il naufragio, che poi è diventato ‘o scoglio ‘e Pachiaròtte, non dista che pochi metri dalla piattaforma di tufo bianco detta ‘a Chiana lanca.

Il paese fu sconvolto dalla disgrazia. Pacchiaròtte fu arre­stato con l’accusa di omicidio colposo e associato alle carce­ri mandamentali di Ponza, che all’epoca era sede di Pretura, in attesa di essere trasferito a Napoli per il processo in Tribunale. Littoria era ancora solo un’idea in testa al Duce.

Le tradizioni isolane prevedevano che il primo giorno feriale dopo l’Immacolata si cominciasse in chiesa la costruzione del Presepe.

Già durante l’allestimento, a cui attendeva un gruppo di parrochiani volontari sotto la direzione artistica e teologica di don Raffaele Aprea e che durava diverse sere, si cominciò a porre il problema: chi avrebbe cantato la Pastorale la Notte di Natale, ora che Pacchiaròtte era in prigione??

Che Natale triste senza i canti in chiesa!

L’organista don Luigi Parisi, sollecitato dal Parroco, immediatamente si attivò per cercare un sostituto. Sentiva questo, sentiva quello, audizioni e prove di canto a tutto spiano, ma i risultati erano modesti, molto modesti. Il tempo passava, il Natale si avvicinava, e di sostituti all’o­rizzonte, neanche uno. Pensate che il prete Parisi, nella disperata ricerca di un degno sostituto del nostro caronte cantore, si rivolse perfino a dei confinati comunisti che gli avevano segnalato come dotati di bella voce. Ma anche questi “atei e senza Dio”, che, sia pure con riluttanza, si sottoposero al provino canoro, furono scartati.

La voce di Pacchiaròtte era un’altra cosa. C’era chi chiama­va in causa addirittura il mito di Enrico Caruso, morto pochi anni prima. Qualche altro, reduce dagli Stati Uniti, l’accosta­va a quella di Beniamino Gigli, che allora dominava la scena del Metropolitan di New York. Insomma fantasticherie di questo tipo! In paese non si parlava d’altro.

Queste possono sembrare esagerazioni del narratore e far sorridere il lettore del duemila, ma non lo sono, se si immagina l’importanza della funzione religiosa del Natale in un contesto temporale ed ambientale non ancora contaminato dalla cultura consumistica iniziata solo nella seconda metà del ‘900.

* * *

Una pioggerellina fitta, spinta da un venticello freddo di maestrale, disturbava non poco i fedeli che, alla spiccio­lata, affluivano in chiesa per la messa di mezzanotte. Il vento scoperchiava gli ombrelli e tagliava il viso, ma la chiesa si riempì lo stesso, anzi era gremita. Tutte le sedie erano state affittate e molta era la gente in piedi. Sotto il pastrano ognuno aveva messo il vestito della festa, le donne maritate il cappotto col collo di pelliccia. Qua e là, tra la folla, si notavano signori impettiti in nere divise onuste di fasci littori. Giovani marinai isolani, in congedo natalizio, orgogliosi nell’azzurra divisa della Regia Marina, sparpagliati tra la folla a cercare lo sguardo delle signorine oggetto dei loro desideri, più o meno casti.

In prima fila tra le autorità, il Podestà, il Segretario del Fascio, il Pretore, il Seniore della Milizia, il Commissario di Polizia direttore della colonia confinaria, il medico con­dotto, il farmacista, le mogli e le figlie. I militari in gran­de uniforme, le signore in abito elegante, qualcuna sfog­giava cappello e veletta.

Prima dell’inizio della funzione, la chiesa era in una specie di penombra, pochissime lampadine e poche candele accese. Il brusìo che si sentiva era solo in parte dovuto allo scambio di auguri, l’altra parte, forse quella più poderosa, era costituita da: “Che Natale sarà questo senza i bei canti di Silverio Pacchiaròtte ?”.

L’ora dell’inizio della funzione s’avvicinava. Il sacrestano accende, ad una ad una, tutte le candele. La chiesa piano piano s’illumina e si può vedere lo splendido prese­pe con i pastori e le loro pecore che pascolano sul fondo verde di pastocchie, il laghetto, i pescatori, il deserto fatto con la sabbia della marina, i monti di sughero sardo inne­vati con la farina, le frasche di sfondo con appesi i manda­rini al posto delle palline e bambagia sull’asparagina a fare l’effetto della nevicata. La capanna grande in primo piano, con il bue e l’asinello, San Giuseppe e la Madonna, ma, ovviamente, senza il bambino. Ci penserà poi il Parroco a portarcelo in processione, seguito dagli altri sacerdoti e dai chierichetti all’inizio della funzione, accompagnato dal canto dell’Adeste Fideles. Già il canto, che brutto Natale senza canti, senza quella voce…

La fiammella dell’ultima candela accesa è ancor tremu­la, quando la folla accalcata davanti all’ingresso si apre davanti ad un carabiniere seguito da Pacchiaròtte e da un altro carabiniere. Silverio sale rapidamente la scala a chioc­ciola che porta alla cantoria, mentre i carabinieri rimango­no sotto la scala.

Il mantice comincia a soffiare aria nell’organo di don Luigi Parisi, le note cominciano a riempire la cupola della chiesa… “Quanne nascette Ninno a Battelemme…” intonava possente la voce di Pacchiaròtte ed il Natale di quell’anno 193… non so quale, si illuminò più di tutte le candele e le lampadine elettriche della chiesa.

Franco Schiano

dal libro  “Racconti dall’isola”

Comments

comments